No alla cultura della morte, no alla militarizzazione

scampiaL’uccisione di un uomo, di un criminale, pesce grande o piccolo che sia, all’interno del cortile di una scuola è un fatto grave. Ma non è il fatto più grave che succede a Scampìa. Perché in questo quartiere, alla periferia nord di Napoli, tutti i giorni succedono cose di pari gravità, che nessuno racconta.

Fatti che implicano comunque spargimento di sangue.
Fatti tragici: miseria, abbandono, povertà.
Morte: dello spirito e del corpo. Per mancanza di sostentamento. Per droga. Per malattie. Per mancanza.

Ma il sangue chiama sangue, come nella tragedia Antigone dove la guerra tra i fratelli si svolge in una città che aveva già conosciuto la disgrazia.
E a Scampìa alla disgrazia si aggiunge la disperazione. Per l’assenza di speranza, di futuro, di lavoro, di investimenti, di progettualità, di soldi. Per l’assenza di servizi, di organizzazione, di quei principali e vitali servizi che costituiscono la colonna vertebrale di una conurbazione.

Solo case: occhi ciechi su spazi infiniti di nulla.
Solo chiese: ancore per lo spirito disastrato.
Solo supermercati.
Solo strade, scuole, e rifugi tenuti da volontari.
Piccole comunità dislocate nei punti nevralgici del quartiere.
Ma per spuntarla non basta militarizzare il quartiere.

La militarizzazione riuscirebbe solo a sospendere il traffico.
La militarizzazione narcotizza solo il crimine e per brevi periodi.
La militarizzazione non estirpa il male.
E non basta neanche sventrarlo il quartiere. Abbattendo le vele.
E poi di sventramenti Napoli già ne ha visti parecchi. A cominciare da quello del Risanamento nel 1884 quando furono abbattuti e appunto sventrati i quartieri, di Porto, Mercato, Pendino…

Quel che ci vuole è un piano di intervento integrato che operi soprattutto sull’innalzamento culturale e civile della popolazione.
Un piano che investa sui giovani.
Un piano che aiuti gli anziani a superare la solitudine e la paura.
Un piano che creda nella scuola e la creda unica imprescindibile forza territoriale capace di tirare fuori dallo stagno i ragazzi.

La scuola è l’unica struttura capace di mostrare a quei ragazzi quanto un mondo può essere diverso.
La scuola insegna a articolare pensieri.
La scuola insegna a desiderare e a esprimere desideri.
La scuola ai ragazzi può insegnare a progettare a fantasticare.
La scuola insegna a immaginare.

Quindi a Scampìa ci vogliono investimenti forti che puntino alla formazione dei giovani, dei bambini e dei giovani adulti. Alla formazione delle famiglie, non alla semplice assistenza (anche se si potrebbe comunque cominciare dal gradino più basso).
A Scampìa non bastano i militari: a fianco a loro ci vuole: ascolto, educazione, cultura.

In un comunicato stampa ricevuto qualche giorno fa dal Comitato Spazio Pubblico di Scampìa, uno dei gruppi territoriali che cerca di contrastare il deterioramento culturale e civile del quartiere, si legge che “non è il morto a fare la differenza. Ma che le agenzie educative sono ridotte praticamente all’osso: le associazioni di supporto alle Istituzioni scolastiche continuano a compiere, senza nessun riconoscimento morale e civile, ogni sforzo per continuare il proprio lavoro. E che la scuola, pur di non gettare la spugna fa sforzi enormi per assicurare il meglio”!
E ancora: “Qui, come del resto in tutta la città, il servizio mensa per i nidi comunali è partito a fine novembre e fino ad allora il rapporto alunni/maestri è stato 2 a 22! E nelle scuole elementari, grazie alla riforma Gelmini il rapporto insegnanti/alunni è 1 a 30… Le educative territoriali e gli altri progetti di sostegno alla scuola e al sociale stanno chiudendo perché non ricevono più fondi da oltre tre anni”.
“Eppure, si legge ancora nel comunicato, proprio la scuola, è la struttura in cui si dovrebbe realizzare il cambiamento, grazie anche alla passione delle insegnanti che applicano la migliore sperimentazione pedagogica, e alle associazioni del territorio che continuano a supportare l’utopia di una “pedagogia della liberazione”, pur in un tempo, come questo, di crisi e in un clima di tensione che viene alimentato continuamente”.

E l’indignazione di un gruppo di cittadini attivi sul quartiere proprio nel volontariato e nelle attività sociali di base, sale e chiede cambiamenti. “Nel modo di raccontare che – dicono – oggi basato sulla produzione di cultura della morte: quando si riuscirà a raccontare la realtà utilizzando strumenti narrativi diversi da quelli della letteratura noir?”
L’11 dicembre dalle 20 in poi tutte le scuole di Scampìa resteranno illuminate fino a notte fonda: perché si possa vedere con tutta questa luce, la strada che porta fuori dal buio, che svegli la città. Nello stesso tempo, nella scuola Morante, si aprirà una riflessione sull’emergenza di Napoli nord. Un incontro da cui si spera nasca l’esigenza di costruire una squadra solida a salvaguardia dei valori umani e dei simboli di cultura e di legalità.

Serena Gaudino – Associazione DREAM TEAM – Donne in rete
Pubblicato il 10 dicembre su www.ilprimoamore.com

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