“Il loro Natale”: il carcere raccontato dalle donne

il-loro-nataleNell’ambito delle attività previste per “Marzo Donna 2011: 8 Marzo e oltre”, organizzate dalla Municipalità 8, la Consulta per le Pari Opportunità di concerto con il relativo Assessorato ha organizzato, presso il Centro “Alberto Hurtado”, la proiezione del film “Il loro Natale” di Gaetano Di Vaio, che racconta in modo viscerale la vita delle donne dei detenuti nel carcere di Poggioreale. Il regista si interessa da sempre di temi sociali: egli stesso ha, infatti, visto aprirsi le porte del carcere e, dopo la detenzione, ha scelto di cambiare il corso della propria vita, fondando un’associazione di volontariato, “Figli del Bronx”, allo scopo di sostenere i giovani di quartieri a rischio, supportandone la crescita attraverso l’utilizzo di molteplici forme d’arte. Le sue precedenti esperienze cinematografiche, “Sotto la stessa Luna” e “Napoli, Napoli, Napoli”, raccontano la vita all’interno dei campi Rom e la realtà del carcere femminile; il secondo film, in particolare, nasce dall’incontro con il regista statunitense Abel Ferrara e vede Di Vaio sceneggiatore di se stesso, raccontando il film, in uno degli episodi, proprio la sua storia ai tempi della detenzione.

Con “Il loro Natale”, Di Vaio si sofferma ancora una volta sul carcere, descrivendo la vita di chi ne subisce il peso pur non essendovi rinchiuso: sono le donne dei detenuti – soprattutto mogli, ma anche madri – le protagoniste assolute del film; loro, che a Scampia detengono nella maggior parte dei casi le sorti delle famiglie, ed i sacrifici che affrontano ogni giorno, da sole, per sbarcare il lunario, per non abbandonare alla dura vita del carcere i loro compagni, cercando – almeno loro – di non varcare il labile confine che sta tra la legalità e la disperazione. Sono donne disposte a svolgere lavori d’ogni genere per guadagnare qualche euro in più da accreditare al detenuto affinché acquisti in carcere generi di prima necessità; donne che riescono ad andare avanti grazie anche alla solidarietà e al sostegno dei vicini; donne ancora innamorate che scelgono di lottare nell’attesa di poter, un giorno, “consumare il proprio amore” e che, nonostante gli errori dei propri compagni, sono disposte a proteggerli dalla realtà esterna, negando i problemi e i sacrifici, fingendo che vada tutto bene, per non addossargli ulteriori sofferenze.

Molti sono i momenti di commozione e di rabbia durante la proiezione; il film lascia il segno nello spettatore, soprattutto c’è lo stupore di chi non conosce la realtà del carcere, di quelli che, per la prima volta, assistono al dolore e alla sofferenza di chi, all’esterno di quelle invalicabili mura, compie la propria lotta per la sopravvivenza.
Di Vaio dà voce a donne altrimenti invisibili, quelle le cui voci si perdono, solitamente, nella chilometrica fila che sono costrette ad affrontare per entrare al carcere di Poggioreale: spesso si mettono in coda già dalla sera prima – non c’è gelo o pioggia che tenga – per poter entrare in orario e visitare il proprio compagno per soli 50 minuti. Tutti cercano di arrivare presto per accaparrarsi i primi posti, quasi come al cinema, ma lo spettacolo che osservano – e vivono – è davvero brutale: lo stress serpeggia tra la folla e la tensione è sempre alta, bisogna combattere per mantenere il proprio posto, senza allontanarsi mai; si sta in fila per ore senza poter andare neppure al bagno. Poi, occorre presentare alle guardie carcerarie il pacco con indumenti e cibo (che non deve superare i 5 kg, altrimenti si è costretti ad eliminare il superfluo) e spesso, dopo la lunga attesa, si rischia di non riuscire ad incontrare il detenuto – la cui eventuale assenza non viene anticipatamente comunicata.
“Questo film non vuole essere soltanto una denuncia delle condizioni estreme vissute dai detenuti e dalle loro famiglie; è soprattutto un segno di speranza – ha affermato il regista. “Innanzitutto perché dimostra che, usciti dal carcere, si può cambiare la propria vita. Io mi sono riappropriato della mia; ho trovato un mio spazio, mi sono impegnato per avere degli strumenti che mi permettono oggi di essere ciò che sono. In secondo luogo, credo che la speranza risieda nelle donne che il film mostra: le conosco tutte, una per una, e sono certo che i loro sacrifici sono reali, che nonostante le condizioni estreme in cui vivono, non si lasciano sedurre dalla vita facile”.

Sara Di Somma (tratto da Fuga di Notizie – Aprile 2011)


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